Prepararsi per un colloquio, solo due consigli

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Da quando la nostra mano non termina più con cinque dita ma con uno smartphone, persino i colloqui di lavoro rischiano di diventare dei colloqui in serie dove, chi si presenta ha già letto almeno un articolo su come rispondere o quale postura tenere.

È un bene? Se si leggono ad esempio i dieci consigli che da today.it a chi ricerca lavoro, fra alcuni utili se ne leggono altri che paiono incomprensibili se non consideriamo che devono essere evidentemente rivolti ad una generazione “Z”. Una generazione tanto alienata da non sapere che ad un colloquio di lavoro si deve andare da soli e non accompagnati da genitori, amici o fidanzati. Se questa nuova generazione ha veramente bisogno di sentirsi spiegare anche queste cose elementari, come posso pensare di dar loro un lavoro?

Quando mi arriva quindi un ragazzo o una ragazza in azienda, devo cercare di capire quanto il più possibile di lui o di lei. Un giudizio sbagliato è una grossa perdita di tempo e di risorse, ma d’altro canto è impossibile camuffare una impreparazione di fondo.

Dei dieci punti dell’articolo sopra citato, secondo me se ne possono ricavare solo due che sono veramente fondamentali.

Il primo: presentarsi bene

Quello che davvero apprezzo da chi si presenta, a parte il fatto che siano o non siano accompagnati, sono l’abbigliamento e la preparazione.

Per preparazione non intendo dire che il candidato debba avere le risposte ad ogni domanda riguardo alla posizione per cui si sta svolgendo il colloquio, ma semplicemente che sappia quello che fa la nostra azienda. Come dicevo prima, la generazione “Z” ha sviluppato un’appendice tecnologica che ne tiene costantemente incollati gli occhi sul suo schermo, quindi sarebbe carino se fra un gattino e l’altro il candidato avesse trovato tempo per andare sul nostro sito, sui nostri profili social, ed abbia maturato una seppur lontana idea di cosa facciamo e quale sia il messaggio che vogliamo trasmettere. Se non altro denota una certa curiosità.

L’abbigliamento invece significa rispetto. È veramente inaccettabile, dal mio punto di vista, che un candidato per una posizione, tanto d’ufficio quanto di magazzino, mi si presenti in jeans e sneakers. L’abbigliamento informale che possono avere i dipendenti in ufficio non è indicatore né parametro di quello che si deve invece tenere durante il colloquio. Il colloquio è il primo incontro fra il candidato e l’azienda, è il momento in cui non si deve essere sé stessi ma la migliore versione di sé stessi.

Non intendo che ci si debba vestire come se si stesse andando ad un matrimonio. L’abbigliamento deve essere sobrio ma curato. Sobrietà significa che le ragazze non devono avere scolli esagerati sul decolté né tacchi troppo alti e rumorosi. I ragazzi non devono necessariamente indossare un blazer ed una stringata elegante, ma è sufficiente una camicia con maglioncino ed una scarpa sobria, come un mocassino, purché si sappia indossare, oppure un polacchino, che non presenta grandi difficoltà di abbinamento.

Il jeans. Abbattere l’uso del jeans in un colloquio è una cosa più che ardua. I jeans, in linea di massima, sono tutti non adeguati in questa fase. Un jeans nero o blu scuro, con un lavaggio omogeneo ed un taglio regular potrebbe anche essere passabile, ma comunque sarebbe una scelta di abbigliamento che noterei e che non mi colpirebbe positivamente.

Il secondo: self confidence

Ad un colloquio è importante riuscire a controllare l’emozione, l’imbarazzo, ma soprattutto, le mani. Il gesticolare, continuo e nervoso distraggono me dall’ascoltare le risposte del candidato e lui stesso dal filo del proprio discorso. Bloccate quelle mani e tenendo fermo lo sguardo sul proprio intervistatore, non c’è nessun limite ad una serena conversazione in cui si può cercare di conoscerci reciprocamente.

Personalmente non sono d’accordo con l’articolo di today.it che invita a fare esempi per riuscire a dare un’idea delle proprie competenze. Se si ha effettivamente esperienza in quel campo, gli esempi verranno da soli, senza alcun bisogno di prepararsi. Se invece non se ne ha, perché si è all’inizio del proprio percorso lavorativo – e presumo che i consigli che si trovano in articoli di questo calibro sia rivolto proprio a questo genere di aspiranti lavoratori – allora non ci sarà alcuna esperienza significativa da raccontare e il cercare di rafforzare la propria interview con commenti insignificanti, privi di alcun apporto realmente costruttivo, rischiano di fare diventare l’incontro tedioso ed il ricordo del ragazzo solamente come inadeguato.

Sinceramente, per chi è alla ricerca della prima esperienza lavorativa, apprezzo molto di più la spontaneità e la curiosità piuttosto che ostentare una preparazione che, per quanto possa effettivamente essere presente, è di certo solo teorica. È quindi una base, magari interessante, su cui andare a costruire una professionalità, ma è solo l’inizio di un percorso che deve essere portato avanti insieme. Quello che cerco quindi in un candidato è la sua consapevolezza di essere solo allo start di questo percorso e la sua disponibilità e curiosità ad imparare.

Poi quello che fa di un candidato una persona realmente adatta a quella posizione, spesso sono elementi che sfuggono al suo controllo; in primis l’ambiente di lavoro in cui dovrà integrarsi che lui non conosce e in cui spesso devono essere rispettati certi equilibri perché possa introdursi un nuovo elemento senza romperne l’armonia.

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